Paura e speranze

di Antonio Di Lalla lafonte.tv maggio 2020

Da un po’ di giorni mi risuonano questi versi di Quasimodo, spero più come scaramanzia che triste presagio. Il terremoto del 2002, che ci destabilizzò come la pandemia di questi mesi, produsse la consapevolezza di essere tutti sulla stessa barca, con l’effetto immediato di generare solidarietà, altruismo, condivisione. Presto ci si rese conto che sulla stessa barca non tutti i posti erano egualmente faticosi e rischiosi e dunque si finì per rincorrere il proprio utile, anche a scapito degli altri. Questo atteggiamento riguardò allora, e purtroppo anche in seguito in circostanze analoghe, solo un grappolo di comunità, mentre oggi è in gioco il futuro dell’umanità e non possiamo permetterci errori fatali.

Se è vero che dietro ogni problema c’è un’opportunità, sta a noi coglierla perché niente torni come prima. La morte di decine di migliaia di persone, la sofferenza di quelli provati da lutto e malattia, la reclusione forzata nelle proprie abitazioni, la fatica di provvedere al sostentamento, la crisi, non solo economica, che attanaglia l’umanità non possono essere catalogate come semplice incidente di percorso. Si esige una svolta: sociale, economica, ecologica e anche religiosa.

Nei bilanci degli Stati le uniche spese che crescono in modo esponenziale sono quelle militari, perché dobbiamo essere sempre pronti a far fronte al nemico, tanto che neppure in questo periodo si è fermata l’industria bellica. Accade così che spendiamo una fortuna per armi, anche di distruzione di massa, per resistere contro un improbabile nemico e abbiamo smantellato la sanità che dovrebbe difenderci da nemici sicuri, aggressivi e spesso invisibili.

Con la scusa della riduzione del debito negli ultimi dieci anni sono stati chiusi quasi duecento ospedali, cancellati più di centomila posti letto, favorita la sanità privata, che gestisce oltre il 48% degli istituti di cura, magari in cambio di mazzette (in Lombardia di certo, altrove bontà dei giudici inquirenti!). Un primo passo positivo potrebbe essere la riapertura dell’ospedale di Larino per la cura delle malattie infettive, nonostante le riserve di alcune forze politiche.

Il coronavirus ha messo in ginocchio il capitalismo e il consumismo. “La pandemia – scrive l’economista Giraud – ci sta costringendo a capire che non esiste un capitalismo davvero praticabile senza un forte sistema di servizi pubblici e a ripensare completamente il modo in cui produciamo e consumiamo”. Se partiamo dai beni comuni (l’insieme delle risorse, materiali e immateriali, – enciclopedia Treccani – utilizzate da più individui e che possono essere considerate patrimonio collettivo dell’umanità) si apre uno spazio tra il mercato e lo stato e si può cominciare a riprogettare una società solidale. La ricerca sul virus, che vede gli scienziati di varie nazionalità scambiarsi i risultati, è un esempio concreto di lavoro al servizio dell’umanità. Non dovrebbe essere appunto questo il compito della politica e dell’economia? Cosa conta veramente, i beni materiali o la vita, sfruttare la terra inquinando e distruggendo o prenderci cura della natura? Questo virus potrebbe farci convincere che la madre-terra è la nostra unica casa comune e spingerci a cominciare a superare, se non ad abbattere, frontiere e barriere. Prenderci cura è l’imperativo morale che nasce dalla pandemia: delle persone, della natura, dell’ambiente, del pianeta. Se un invisibile virus non si può rinchiudere in uno spazio limitato e il suo uso contro qualcuno, o semplicemente il non far fronte comune, significa anche un alto rischio di suicidio, perché non cominciare a progettare un mondo senza frontiere?

Un passaggio di un canto che meriterebbe di essere ascoltato, “Senza Frontiere”, dice:

E se la terra non avesse frontiere
sarebbe un grande giardino in fiore.
Sarebbe come un arcobaleno,
la vera perla della creazione.
Sarebbe bella come una madre,
sarebbe immensa come l’amore.

La nostra Terra senza frontiere
è una speranza che sarà realtà
quando ogni uomo si sentirà figlio
di una sola umanità.

L’isolamento sociale, prodotto dal virus, può essere un’opportunità per riscoprire e dare autenticità ai rapporti umani perché non siano banali o strumentali ma anche per riscoprire il rapporto con l’Assoluto. Molti si sono accontentati di inseguire messe e celebrazioni su tutti i mezzi audio e video possibili, forse anche per una bulimia spirituale; molti altri hanno riscoperto la propria famiglia come comunità orante rivitalizzata dal Soffio dello Spirito, chiesa abitata dal Dio di Gesù Cristo presente e visibile nello spezzare il pane intorno alla propria mensa. Un popolo più avanti di quella frangia di vescovi, utili idioti di una destra tanto clericale e bigotta quanto atea, che chiedeva con insistenza il ripristino delle funzioni in chiesa, forse per la paura che i credenti possano diventare adulti nella fede.

La ricostruzione dopo questa dura prova deve partire dal rispetto della natura sempre e comunque, dalla riduzione seria e sostanziosa delle spese “armate”, dal reddito minimo per tutti, da una riqualificazione della sanità pubblica sul territorio, dal ritorno dell’economia e dei mercati finanziari sotto il controllo della politica. È l’ora che la speranza indignata ci aiuti a progettare un futuro migliore in un mondo abitabile. Utopia? Forse. Un proverbio magrebino afferma che, sì, “nessuna carovana ha mai raggiunto l’utopia, però è l’utopia che fa andare avanti le carovane”. Che mondo triste se l’utopia scomparisse e le carovane si fermassero.

di Antonio Di Lalla lafonte.tv maggio 2020